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Ero ritornato da una festa prima dei miei amici ed ero nella via di ritorno per casa quando loro mi mandarono dei vocali su whatsapp per insinuare in me il senso di rimorso per essermi congedato da loro quando la serata era ancora giovane.
Io, in quel momento, mi rispecchiai molto nel protagonista “Siddharta”, il cui nome è anche il titolo del romanzo scritto da Herman Hesse.
Egli nel capitolo “Samsara” era arrivato a un punto della sua vita che sentiva la “morte nel cuore e l’orrore nel petto”, aveva perso sé stesso tra i piaceri della carne e del ventre, aveva completamente cancellato le sue radici di eremita che fu.
Io mi ero troppo saziato, avevo più del dovuto riempito l’appetito di festa che necessitava il pozzo dei miei desideri.
Sentivo il momento di dovermi ricongiungere con ciò che ero, cioè ricominciare ad ascoltare i miei silenzi e la mia voce interiore che è la più dolce ninna nanna che si possa ascoltare.
Tramite tale ninna nanna riesco a immergermi nel volo di un sogno nel mondo della scrittura.
Siddharta ritroverà, poi, quella voce interiore, il suo “uccello canterino tenuto in una gabbia d’oro”, la sua ninna nanna che per tanto tempo si era assopita, ma egli stesso, nel capitolo “Presso il fiume”, aveva ammesso una frase terribile e bella allo stesso tempo: “ho dovuto peccare per poter rivivere”.
Ciò significa che i momenti bui, dell’incertezza dove lo smarrimento, il disorientamento appaiono come l’unico modo che resta di vivere servono per arrivare a realizzare qualcosa, un’idea, un concetto, che senza di essi non si sarebbe mai capito.
In conclusione, Siddharta mi ha insegnato l’importanza di sentirsi desolati, di farsi conquistare totalmente (senza che ciò nuoccia alla propria salute) per rinnamorarsi della propria ninna nanna che non deve trasformarsi irrimediabilmente in un canto delle sirene che distolga l’attenzione da tutto e che porta, infine, al completo alienamento di sé.